Partire fa paura. E va bene così
Se penso alle emozioni che vedo nei ragazzi che accompagno verso l'anno all’estero, una cosa mi è chiara: sono tante, tutte diverse, spesso in contraddizione tra loro. E arrivano molto prima della partenza, fin dal momento in cui un ragazzo comincia a immaginare questa esperienza, a desiderarla e, infine, decide di iscriversi.
Durante il primo colloquio vedo soprattutto tanta curiosità. I ragazzi fanno molte domande e, nella maggior parte dei casi, sono già abbastanza convinti di quello che vogliono fare. Spesso hanno anche già scelto la destinazione. Insieme alla curiosità c’è però una certa perplessità: si chiedono se sia davvero un percorso che possono affrontare e se saranno all'altezza dell'esperienza.
E così, arrivano le prime paure. Quella del test di inglese, per esempio. «Sarà difficile?». Nella maggior parte dei casi i ragazzi riescono a superarlo e, quando si rendono conto di dover migliorare, si impegnano per raggiungere il livello necessario, mossi dall’entusiasmo per l'esperienza che inizia a sembrare sempre più reale.
Nel corso del tempo, tutte queste emozioni si trasformano, cambiano insieme ai ragazzi.
Durante l'anno che precede la partenza accompagniamo i ragazzi attraverso un percorso di formazione che considero fondamentale, perché aiuta i ragazzi a sviluppare risorse che potranno essere utili durante l’esperienza e, allo stesso tempo, permette a noi di conoscerli meglio per poterli accompagnare nel modo più efficace in questa grande avventura.
All’inizio del percorso la paura è soprattutto fatta di domande. I ragazzi si chiedono: «Che cosa dobbiamo fare qui? Perché siamo qui tutti questi giorni?».
Poi, man mano che la preparazione procede, molte di queste domande trovano una risposta. Alla fine del percorso, quasi tutti hanno compreso bene che il lavoro fatto insieme potrà aiutarli concretamente durante il loro anno all’estero.
A quel punto, però, arriva una paura diversa. È la paura di lasciare tutto ciò che conoscono e andare incontro a qualcosa che ancora non conoscono. I ragazzi devono lasciare il gruppo nel quale hanno sviluppato nuovi legami e i propri punti di riferimento. Si rendono conto che stanno davvero andando incontro all'ignoto.
Le domande diventano allora molto concrete: «Riuscirò ad avere un buon rapporto con la famiglia che mi ospiterà? Riuscirò a instaurare rapporti di amicizia? A scuola capirò come funziona?».
È un'incertezza soprattutto emotiva, legata alle relazioni e alla vita quotidiana che li aspetta.
Eppure, insieme alla paura, cresce anche la curiosità. «Non vedo l’ora di vedere com'è davvero la mia famiglia ospitante». «Ci siamo sentiti per messaggio, ma non ho ancora capito bene quali siano le dinamiche all’interno della famiglia». I ragazzi hanno voglia di scoprire tutto questo in prima persona, nel momento in cui si troveranno dall’altra parte del mondo.
Quando la partenza si avvicina, vedo convivere emozioni molto diverse, specialmente alla fine del percorso. C'è la tristezza per quello che si sta lasciando, naturalmente. C'è la speranza che la realtà corrisponda alle aspettative. Non sempre i ragazzi hanno aspettative realistiche e, in parte, ne sono consapevoli. Ma le aspettative ci sono e vengono vissute intensamente, soprattutto quando arriva il momento di salire sull'aereo. C'è l'ansia di incontrare quella che diventerà la loro famiglia e di conoscere il contesto sociale nel quale vivranno per un anno. C'è la speranza di riuscire ad affrontare e superare tutte le difficoltà che sanno già di poter incontrare. E tanta felicità, perché finalmente stanno per partire.
Personalmente, il momento che mi emoziona di più è l'ultimo incontro di formazione.
Durante tutto l'anno i ragazzi hanno avuto accanto il gruppo. Anche quando affrontavano attività impegnative, la partenza sembrava ancora un miraggio. Poi arriva l'ultimo incontro e si rendono conto che il giorno dei saluti è davvero vicino. C'è chi vorrebbe prolungare ancora quel tempo insieme, perché stare con il gruppo fa sentire sicuri e tranquilli proprio quando ci si rende conto che bisognerà affrontare un'esperienza da soli.
Il gruppo continuerà a esserci, ma non sarà più presente fisicamente. E allora ci sono baci, abbracci, risate e lacrime. I ragazzi sembrano quasi non sapere se piangere o ridere.
È un momento molto bello e molto intenso, sia per loro che per noi dello staff. Dopo un anno in cui li abbiamo seguiti e siamo stati insieme, ci prepariamo a vederli andar via. Una prima parte del nostro lavoro finisce, ma allo stesso tempo sappiamo che dobbiamo continuare a stare al loro fianco, anche quando saranno loro ad affrontare direttamente le prove dell’esperienza.
Ai genitori nelle scuole lo dico spesso: questa è forse una delle esperienze più belle che un adolescente possa vivere. Può essere uno dei regali più grandi che un genitore possa fare a un ragazzo. Ma non è un anno sabbatico.
È un anno impegnativo, in cui i ragazzi dovranno impegnarsi affinché ciò che desideravano quando hanno scelto di partire possa diventare realtà: conoscere un'altra cultura, conoscere nuovi amici, conoscere una nuova famiglia, scoprire un nuovo modo di comunicare e nuovi modi di vedere la vita. Può essere spaventoso.
Avere paura, davanti a un'esperienza di questo tipo, è del tutto normale. Ed è esattamente il motivo per cui per noi la formazione è particolarmente importante: lo scopo non è quello di far sparire le emozioni spiacevoli, ma, piuttosto, aiutare i ragazzi a riconoscerle e a gestirle in un contesto nuovo. Ogni attività che proponiamo ha uno scopo. Anche quello che può sembrare semplicemente un gioco, o un esercizio pensato per allentare la tensione, fa parte del bagaglio.
Così, quando arriva il momento di partire, sappiamo che insieme alle paure e all'incertezza, i nostri ragazzi portano con sé anche consapevolezza, fiducia, e tutti gli strumenti che hanno costruito lungo il cammino.
Marina
Presidente SSC

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