Re-imparare a comunicare per sentirsi a casa
Quando si parte per un'esperienza all’estero si lasciano le proprie abitudini, i propri ritmi e il proprio modo di vivere le relazioni. Si entra a far parte di un'altra cultura, e all'inizio è tutto nuovo ed emozionante… ma può anche arrivare un momento in cui alcune situazioni diventano difficili da comprendere.
Secondo me, è proprio da qui che bisogna partire per capire e affrontare lo shock culturale, ossia quella risposta psicologica di disorientamento, ansia e confusione che si prova quando ci si trova a vivere in un ambiente sociale e culturale molto diverso dal proprio.
Dalla nascita, impariamo quasi senza rendercene conto determinate dinamiche: come comunicare con i genitori, come rapportarsi con gli amici, come interpretare i comportamenti degli altri. Poi ci si trova in un altro Paese e si scopre che quelle dinamiche possono essere diverse. Questo può far sentire un ragazzo fuori posto, ed è una parte dell'esperienza che è importante imparare a riconoscere per affrontarla al meglio.
La difficoltà che vedo più spesso all'inizio riguarda il rapporto con la famiglia ospitante: a volte non è immediato trovare un feeling con la mamma, il papà o i fratelli e le sorelle ospitanti. Anche la comunicazione quotidiana può creare incomprensioni: ci aspettiamo che le persone comunichino con noi nel modo che conosciamo, ma non è così. Dobbiamo sempre tener presente che le differenze culturali corrispondono a differenze di comunicazione. Una persona può esprimere un pensiero in modo diverso, o avere un modo diverso di mostrare affetto, di manifestare un disaccordo e, in generale, di relazionarsi con gli altri.
Quando si incontra una difficoltà con la famiglia ospitante, il mio consiglio è di non fermarsi alla prima impressione. Invece, invito sempre i miei ragazzi a pensare che quello che per noi è ovvio, in un'altra cultura può non esserlo: non esiste un unico modo "normale" di fare le cose. E soprattutto, a insistere sulla comunicazione: costruire un rapporto richiede tempo, e anche quando la sintonia non arriva immediatamente, non significa che non possa arrivare. Bisogna cambiare prospettiva e lavorare per costruire un dialogo che sia efficiente ed efficace nel contesto in cui ci si trova. Per questo il mio consiglio è di continuare a stare con la famiglia, e creare occasioni di incontro e di scambio, anche quando ci si vorrebbe chiudere in sé stessi. La tentazione di stare in camera, passare molto tempo al telefono e cercare soprattutto il contatto con gli amici che sono rimasti in Italia è molto forte, perché quando si va in crisi, è naturale cercare qualcosa di familiare.
Ma, per costruire una buona esperienza, è fondamentale fare attenzione a non isolarsi dalla realtà che si sta vivendo. Non bisogna aspettare che siano gli altri a cercare noi. Bisogna farsi avanti, cercare il confronto e mettersi in gioco.
Questo vale non soltanto per la famiglia, ma anche per la scuola e per il gruppo di amici. Il concetto di amicizia italiano può essere molto diverso da quello americano o da quello dei Paesi nordici. Capita che i ragazzi pensino che le persone intorno a loro non siano interessate a costruire un rapporto. Ma anche in questo caso bisogna ricordarsi che può trattarsi semplicemente di un modo diverso di vivere i rapporti interumani, soprattutto tra adolescenti. Questa difficoltà, rispetto a quella con la famiglia, può durare più a lungo. Può volerci tempo per trovare un gruppo, per costruire delle amicizie e per sentirsi davvero parte della propria nuova realtà.
Lo shock culturale può portare a momenti di vera difficoltà. Può capitare di pensare: «Ma chi me l’ha fatto fare?» oppure «Non ce la faccio, voglio tornare a casa.» Quando succede, il mio consiglio è di fermarsi un attimo e respirare profondamente e ripensare ai motivi per cui si è scelta questa esperienza. Spesso, quello che in un momento di crisi sembra un ostacolo insuperabile è solo una delle sfide che fanno parte del percorso.
E il mio messaggio finale è molto semplice: potete farcela ce la farete. Per me, lo shock culturale non è soltanto il momento in cui qualcosa ci sembra diverso. È il momento in cui ci rendiamo conto che il nostro modo di vedere le cose non è l’unico possibile. Imparare a vivere in un’altra cultura significa anche imparare nuovi modi di comunicare, di costruire relazioni, di vivere la quotidianità. All’inizio può essere faticoso. Ma proprio per questo è importante credere nelle proprie risorse e darsi il tempo necessario per sentirsi finalmente a casa.
Marina Presidente SSC

