Paolo, un anno in Wisconsin
Vengo da un paesino di 960 anime, un posto in cui da ragazzo ti annoi. Non mi sono mai trovato nell'ambiente di paese e, a un certo momento, mi sono detto: basta, ho la possibilità di fare questa esperienza, ho la fortuna di poterla fare, quindi ho preso la palla al balzo. Mi piacciono le sfide, mi piace scoprire cose nuove, e andare dall'altra parte del mondo era un'opzione interessantissima. È stata l'opportunità giusta al momento giusto, perché in quegli anni ero stanco di stare in Sardegna, anche se adesso l'ho rivalutata.
Sono arrivato negli Stati Uniti due settimane prima dell'inizio della scuola. Vivevo con un papà ospitante single, Justin, che ci teneva a farmi fare qualcosa già da subito. Siamo andati con tanti suoi amici in alcuni parchi divertimento vicino a Milwaukee, dove abitavamo. Questa cosa di uscire con lui e i suoi amici è stata un tema molto comune durante l'anno. Ogni occasione che avevamo, cercava di non tenermi in casa: era sempre gentile e si offriva di portarmi in giro. È stato molto bello, perché non era proprio la classica esperienza all'estero che uno si immagina. Era quasi come uscire con un gruppo di amici, più che stare con la famiglia e dover essere per forza con i genitori.
Poi c'erano i miei nonni ospitanti, i genitori di Justin. Sono stati fondamentali, perché mi hanno fatto sentire a casa, quasi in una casa italiana. Ogni domenica ci vedevamo tutti insieme, a volte anche con i loro amici, mangiavamo, parlavamo e il pranzo durava un bel po'. Questa cosa ha reso la mia esperienza molto più semplice: non mi è mancata così tanto casa, perché sotto questo punto di vista la vita continuava quasi normalmente.
Anche la scuola ha contribuito a rendere speciale quell'anno. I professori e il personale della segreteria erano bravissimi, ci seguivano sempre e tenevano proprio al fatto che la nostra esperienza andasse bene. Il primo giorno hanno organizzato una riunione solo per noi studenti stranieri. Eravamo sette ragazzi che facevano l'anno all'estero. È stato importante perché abbiamo formato un gruppetto che è rimasto insieme, ma non siamo mai rimasti chiusi: piano piano conoscevo tutta la scuola, riconoscevo le facce e diventava più facile conoscere persone nuove. Una delle cose più belle è stata poter seguire delle lezioni che in Italia non avrei mai fatto, almeno non facendo lo scientifico. La mia preferita era metals: mi hanno insegnato a saldare, facevo tavoli con pezzi di metallo e ho fatto anche un orologio da muro. Cose stranissime, ma bellissime. Poi c'era management, dove facevamo finta di essere aziende di una città. Io ero la banca, quindi tutti mi dovevano pagare e io andavo a riscuotere i soldi. Era una classe un po' strana, però era divertente.
Ho fatto anche molto sport: prima calcio, poi cheerleading e powerlifting insieme, e infine atletica. Tutte queste esperienze sono state importanti, ma il cheerleading mi ha appassionato particolarmente. Ci ho messo tantissimo impegno e, per la prima volta, mi sono trovato a lavorare in modo davvero costante per raggiungere un obiettivo. Gli allenamenti erano il lunedì, il mercoledì e il venerdì, ma io chiedevo sempre ai miei compagni della mia piccola unità, lo stunting, di allenarci anche il martedì e il giovedì. Una rottura di scatole per tutti, però ero talmente preso che volevo farlo lo stesso. E alla fine i risultati sono arrivati. Non avevo mai dovuto affrontare un impegno con un obiettivo così preciso, una dedizione così grande e costante. Questo sport mi ha dato l'opportunità di farlo. Poi, chiaramente, non è che fossi bravo in tutto. Nell'atletica facevo molto schifo, però era bello perché c'erano tutti i miei amici, quindi l'ho fatto lo stesso. La mia mentalità è che se una cosa è difficile, mi viene ancora più voglia di farla. E fare sport era anche un modo per stare con gli amici. In America le distanze sono grandi, non avevo una macchina e spesso l'unica occasione per vedere le persone durante la settimana era a scuola o agli allenamenti. Se tornavi a casa e basta, magari non le vedevi proprio.
Quindi, ai futuri exchange students consiglio di non perdersi le opportunità che capitano, anche quando si tratta di fare qualcosa che non si conosce. E soprattutto, di non avere paura di fare sport “strani”. Forse qualcuno potrebbe vedermi male per aver fatto cheerleading, ma non potrebbe fregarmene di meno: sono contento di quello che ho fatto. C'erano anche dei bulletti che ridevano di me e dei miei amici, ma li ho ignorati. La cosa bella è che molti, invece, erano contenti che facessi cheerleading, anche perché i maschi che lo praticano sono pochissimi. E il mio coach era una bella motivazione.
L'esperienza del cheerleading, ma in realtà tutta l'esperienza all'estero, l'ho condivisa con Ben e Matthew, i due più grandi amici che ho conosciuto negli Stati Uniti. Facevamo praticamente tutto insieme. Con Ben, un exchange student tedesco, è scattata subito una scintilla. Abbiamo persino cambiato le classi per seguire le stesse lezioni. È una di quelle amicizie in cui trovi un tesoro. Una volta tornati a casa, siamo riusciti a continuare a vederci. Lui è stato da me e io sono andato in Germania a febbraio. Questa sarà un'amicizia che rimarrà per la vita, ed è una cosa impagabile. Con Matthew, che è americano, è andata diversamente. Per forza di cose, essendo molto lontani, dopo il mio rientro i rapporti si sono un po' affievoliti. Anche il fuso orario, che magari sembra una cavolata, in realtà non lo è: abbiamo stili di vita diversi e momenti della giornata diversi, quindi sentirsi diventa più complicato. Ho avuto delle giornate fantastiche con entrambi e sono grato di questo, per come si sono evolute le cose.
Una delle cose che ho capito è che non tutto deve essere per sempre. Il cheerleading è stato lo sport più bello che abbia mai fatto in vita mia, ma purtroppo adesso in Italia è difficile continuare a praticarlo. Mi dispiace, certo, però posso guardarmi indietro e dire: caspita, ho fatto il mio, ho avuto la mia chance. Non posso continuare a fare tutto quello che facevo negli Stati Uniti, ma questo non cancella quello che ho vissuto né il lavoro che ci ho messo. Lo stesso vale per le amicizie. Con Ben il rapporto è rimasto forte, mentre con Matthew le cose sono cambiate. Non significa che abbiamo lasciato perdere l'amicizia, semplicemente il rapporto è diventato più complicato. Non devo essere triste perché non è rimasto tutto come prima. Posso essere grato di quello che ho vissuto con entrambi, senza pretendere che ogni cosa duri per sempre. L'anno all'estero mi ha aiutato anche a capire che mi piace fare cose nuove. Non so se fossi già così prima, ma sicuramente questa esperienza ha rafforzato la mia voglia di avventura. Mi ha fatto capire quanto sia bello buttarsi e vedere come va.
Quando sono tornato, con la mia famiglia mi sentivo più grande, più maturo. Non dico uomo, perché neanche adesso so bene cosa voglio fare, però non mi sentivo più un ragazzino. Allo stesso tempo, tante cose qui mi sono sembrate uguali. I miei amici erano praticamente gli stessi e il quinto anno delle superiori è stato molto simile agli anni precedenti, nonostante avessi fatto un'esperienza che mi aveva dato tanto. Forse è stato anche un errore mio non cambiare subito approccio. Quando torni in un ambiente in cui le dinamiche sono già formate, è difficile modificarle: un po' ti rimetti nel posto in cui eri prima. All'università, invece, ho avuto la possibilità di ricominciare da zero, e il cambiamento si è visto di più.
Se dovessi fare un altro anno all'estero, probabilmente sceglierei un posto diverso, perché vorrei vedere più mondo. Però non cambierei la mia esperienza negli Stati Uniti, anche se oggi magari farei alcune cose diversamente.
Una cosa che vedo spesso è che le persone hanno paura delle difficoltà e magari rinunciano a fare una cosa perché sembra difficile. Secondo me è un errore. Le sfide sono belle e, quando le vinci, danno soddisfazione, esperienza, amicizie. Ti arricchiscono.
Sono oggettivamente una persona diversa da quella che è partita per gli Stati Uniti tre anni fa, ma oggi non sarei chi sono se non fossi partito in quelle circostanze. E non vorrei sapere niente in anticipo. Sapere tutto prima di partire sarebbe stato come barare.
È bello scoprirle mentre si va, altrimenti che senso ha? E poi a me piacciono le sorprese!
-Paolo



